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| Immagine elaborata con Google Gemini |
Qualche giorno fa ho letto un post, sui social, sul tema solitudine.
C'è una solitudine che non si vede, quella che indossa il sorriso di chi ce la fa sempre, di chi non chiede mai, di chi si rialza ogni volta in silenzio. Ti chiamano forte, come se bastasse la parola a rendere leggera la fatica. Ma non sanno che quella forza non è una scelta: è un dovere. È l’unico modo per non crollare, perché nessuno è lì a tenderti la mano. Essere soli non è solo una questione di compagnia, ma di assenza di chi vede davvero, di chi ascolta senza giudicare, di chi capisce senza bisogno di spiegazioni. È portare il peso del mondo con grazia, mentre dentro implori un po’ di tregua.
Chi è costretto a fare tutto da solo non è più forte degli altri. È solo più abituato a non avere alternative. E a volte, la vera forza sarebbe potersi permettere di essere fragili. Senza paura, senza vergogna, senza dover sempre dimostrare di farcela.
Mi ha fatto sorridere perché la parte iniziale mi ha ricordato il mio amato Jujutsu Kaisen e il tema della solitudine dei più forti. Ma è applicabile questo lungo aforisma alla vita reale? Una situazione di solitudine amorosa è comune a tante persone, spesso per scelta; e altrettanto spesso è meglio questa condizione che vivere un rapporto di coppia debole pieno di compromessi.
Ciò che é più grave, invece, è una solitudine di tipo affettivo. Solamente in questo secondo caso allora si è senza persone "che ti vedano davvero, che ti ascoltino senza giudicare e che ti capisce senza bisogno di spiegazioni". Anche la solitudine affettiva può essere una scelta volontaria, come quella amorosa. Ma spesso non esiste. È comodo, per una forma di rassicurazione verso se stessi, dire di essere soli. Fa parte di una narrazione finalizzata un po' ad autocommiserarsi da una parte, e dall'altra a doversi quasi giustificare - questo sì - per aver scelto di camminare sul sentiero della solitudine amorosa.

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