Il mio primo (e unico) pallone da calcio

Foto elaborata con ChatGpt


Il mio primo pallone da calcio fu marca Diadora e fu un regalo di mia sorella per il mio 13esimo compleanno, il 3 giugno 1996. 


Non era il Samba 90 qui sopra in foto, ma molto simile. Con gli amici Alberto M. e Giulio, nel parchetto tra le villette a schiera del loro quartiere, si giocava con il vecchio SuperTele, quello che permetteva anche al più brocco di avere una parvenza da calciatore, quello che si sollevava in traiettorie alla Holly e Benji. 

Il mio pallone invece, essendo un pallone vero, di cuoio, era piuttosto "complicato": bisognava calciarlo con forza, di piatto o di collo. Il tiro di punta, che con il SuperTele trasformava senza fatica ogni ragazzino in Ronaldo o Weah, non era contemplato: ci si faceva male.

Io sono sempre stato una mezzasega, ma ovviamente riuscivo a divertirmi lo stesso, assieme ai miei amici. Con Alberto, Tommaso, Giulio e Francesco C. si giocava, portiere contro attaccante, nello spiazzo davanti ai garage: zero ombra - ma d'estate ancora non si boccheggiava come ai tempi odierni - ghiaia e polvere.Andava bene lo stesso, eccome. 

In giardino, invece, non giocavo mai. Un po' perché c'erano le piante e i fiori di mio padre. C'era il solito ghiaino (con più ombra), ma pochi spazi. Una volta fu mio zio di Pesaro, Paolo, a farmi divertire con qualche calcio di rigore. Lui in gioventù era stato un ottimo portiere dilettante. Aveva anche una buona tecnica di tiro, che quella volta esercitò con un paio di mocassini. Niente male. Immagino che anche Roberto Baggio, testimonial della Diadora, se la cavasse bene, calciando con i mocassini al piede.

Il "mio" Diadora lo portavo anche a casa di Francesco. Lì la porta era il garage, l'unico inconveniente era il vialetto in discesa che conduceva al cancello. Portiere e tiratore, nella sua area di tiro, erano alla stessa altezza, ma quando il portiere respingeva, la palla finiva inevitabilmente nella discesa. Un esercizio che sarebbe piaciuto a Zeman: discesa (faticosa) per recuperare la sfera, poi salita. Ogni tanto la mamma di Francesco ci veniva a ricordare di non sudare troppo. Mia madre non era molto diversa, solita a questa raccomandazione. Forse anche per colpa di loro oggi sono allergico al sudore, alle sudate, alle correnti. Il pallone invece è nel ripostiglio di mio padre, completamente sgonfio, con i segni del tempo, il bianco che è dello stesso colore dei denti di un fumatore. È stato un fedele compagno di giochi: oggi è un oggetto che evoca piacevoli ricordi. 

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